di Gian Luca Guillaume
L’ultima raccolta poetica di Alessio Miglietta, L’immagine deforme, è una scommessa vinta. Siamo di fronte a un’opera ben orchestrata, ben architettata: sei capitoli (Dolore, Lo Sconosciuto, Un Fantasma Nel Corpo, Insonnia e Benzodiazepine, De Profundis, Universi Inesplorati e Resilienza), contenenti ciascheduno dieci poesie, che raccontano una storia di dolore e di attraversamento del proprio destino e della propria resurrezione.
In lungo e in largo il poeta mette in mostra la propria sofferenza (“Porto stigmate da cui filtra la tempesta / Dove ogni chiarore è assorbito / Ogni pensiero spezzato”), le proprie cicatrici (“Le articolazioni si piegano sotto il peso della gravità / La pelle è una mappa di cicatrici / Segni indelebili di una battaglia senza fine / Le ferite si aprono come bocche assetate), forse in cerca di un aiuto (“La pioggia lava le ferite del cuore / Ma continuo a sanguinare / E tu non mi curi / Non mi curi”), forse in cerca di un riparo, in una desolante constatazione della realtà e della natura dell’uomo (“L’uomo giace sfinito, senza più domande /Nell’arida pianura della tregua”). Sì, soffre il poeta, ma non si arrende, affronta vis a vis il Male oscuro (“Affronterò le tenebre e il regno di nessuno / Abbraccerò una luce infinita / Quando il giorno muterà in notte / Nell’inquietudine disabitata”) per arrivare a “splendere come un faro ardente nella notte / Guidando la mia anima verso la luce / Fiore che sboccia in un deserto senza radici / Nella siccità della condizione umana / Simbolo di una vita che non vuole fermarsi / Verso orizzonti che non conosco / Illuminando la via verso la redenzione”.
A livello stilistico troviamo abbondanti riferimenti all’anatomia umana (“I polmoni, incapaci di pescare aria pulita / Il fegato, sventrato da inganni e sonniferi / Lo stomaco, corroso dalla rabbia inghiottita / Il cuore crepato dall’interno da affanni esplosivi”) conditi da un linguaggio poetico particolarmente stilizzato e liricheggiante.
La sezione intitolata Insonnia e Benzodiazepine sembra scritta da un Burroughs poeta, cioè da uno scrittore di versi esperto di farmaci, con dettagli descrittivi e sensoriali realistici e allucinati (“Goccia dopo goccia incroci la soglia della realtà / Galleggi in paradisi sintetici / Sulle ali d’argento d’un sogno artificiale”).
Il deforme, così presente in questa raccolta, non è solo l’aspetto e/o l’apparenza nel mondo, ma anche una condizione dello spirito, una forma mentis che il poeta analizza in ogni suo strato e substrato (“Una prigione invisibile con catene d’abitudine / Nel labirinto della mente, si perdono i riferimenti / Nell’abisso del disincanto, il residuo che m’appartiene) per portare un po’ di ossigeno e luce “Nell’antro buio dell’anima imprigionata”.
Tra alti e bassi, anzi, solamente bassi, il poeta prova comunque a lanciare un messaggio all’umana specie, una promessa e una fede, ossia resistere, tentare e combattere (“La battaglia per la vita mi riapre gli occhi dopo infiniti giorni / E l’anima, finalmente libera, sorride al nuovo giorno”) affinché si “Ritrovi la strada di casa”, ove “Il cielo terso celebra un essere nuovo” e “Sotto la cintura di Orione” si “Respiri l’abbraccio delle stelle”.