Massaria di Giovanni Pulci (Robin)

Di Gian Luca Guillaume

Fresca di stampa la nuova raccolta in versi di Giovanni Pulci, Massarìa, edita dalla Robin Edizioni, che come dice la premessa “non è altro che una convivenza di varie forme poetiche, come, appunto, una masse­ria dove all’interno di essa vive una città stato, ov­vero dove dentro vi sono padroni, contadini con le loro famiglie e animali, tutti all’interno dello stes­so casolare svolgendo lavori diversificati dai vari compiti”.

Già dalla prima poesia respiriamo un’atmosfera, all’apparenza, piacevole e cheta, “una Sicilia an­tica, rurale, adagiata nella campagna siciliana di un tempo, isolata nella sua autonoma fierezza, ma espressione di un lavoro in comune che nelle diffe­renze trova una sua unità e forza”, che però nasconde un malessere, una profonda malinconia sulla condizione umana e sulle ingiustizie sociali “Si brama la fine come in guerra / con mani giunte in Dio sperando. / Si invoca di riaver la pace persa / per rivederla ancora in terra”.

C’è dolore nei suoi versi, dolore nell’osservare e comprendere che “Muta è la gente e cieca / che con angoscia vive / per fingere se stessa”, dolore nell’ammettere che “Nulla ormai è come prima. / Anche l’amor gentile / e la neve sciolta in cima”, sempre in cerca di un antidoto, di una cura, che può essere la “voglia di un cammino / tra il mormorar felice della gente, / per far veder che sono vivo / sotto la tenue luce del mattino”, oppure tirare fuori le unghie “Ci vorrà molto coraggio, / per riprender quota / dovrò rialzarmi ancora / o mai sarò invincibile”, per lottare con tutte le forze, insieme a Madre Natura, contro il progresso distruttivo umano “Qui vedo aerei in volo e mai gli aironi, / della natura non c’è alcun gesto. / C’è il vuoto; e l’assenza di emozioni”.   

Il consumismo, oggigiorno, procede inesorabile, non si volta indietro, isola l’individuo quindi la massa, pieno com’è di contraddizione e soprattutto di distrazioni “Distratti siamo ormai / con chi con noi respira / sotto lo stesso tetto. / Distanti, come marinai”; forse la soluzione è “star con gli animali / e abbuffarmi di cereali. / In campagna si può stare / o magari a bagno al mare, / la città è pien di gente / boriosa e impertinente / tutti a star col cellulare / a guardare e mai parlare. / Non ne posso proprio più!”.

Lontano e “distante” dalla folla impaziente, il poeta è in cerca di un attimo di pace, fiducioso che “Ogni cosa arriverà quando opportuno / inutile far fretta, non è ora! / È meglio ch’io attenda e aver pazienza.”.

Lo stile è un bel mix di sapori personalizzati, con suddivisioni in strofe e schemi di rime inventati di sana pianta (dettati dall’ispirazione), che molto punta a dare una certa musicalità del verso, ben orchestrato ed equilibrato nella sua struttura.

Sempre bello leggere Giovanni Pulci, sia perché riesce a spingerci alla riflessione sia perché ci riporta a un vissuto interiore o passato, che come una coperta calda ci conforta e ci dà speranza e vigore per il futuro.      

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