Esali d’astri neri di Jessica Carola Ragone (Indipendente)

Recensione di Gian Luca Guillaume

Uscita a metà dicembre 2021 nella selva delle pubblicazioni Amazon, l’opera prima della giovane poetessa Jessica Carola Ragone, intitolata Esali d’astri neri, è una scommessa vinta, a cominciare dalla sua struttura così anomala e dall’inserzione di immagini davvero significative.

Ma ripartiamo dal principio, cioè dal titolo: “Esali d’astri neri”; davvero un bell’inizio. L’autrice ci porta dietro le quinte dei suoi pensieri, dei suoi timori, delle sue sensazioni ed elucubrazioni.

La raccolta, come indicato precisamente nella quarta di copertina, è divisa in due sezioni: una in versi, l’altra aforistica, unite insieme dalle medesime tematiche e intenzioni.

Tema principe è la lotta contro il Male; sì, il male di vivere, quell’oscuro nemico invisibile che tanto consuma e tanto ci tiene legati (Non darmi speranza / se non sei pronto a togliermi il dolore). La depressione, nero manto grevissimo (Non so se mi garbi / la vita, / e nemmeno so / se mi riverserei in quella degli / altri; non so se ringraziare, / perché sono, / o dannarmici), è sempre presente (Che follia chi afferma / che vi sia una quiete / dopo la tribolante tempesta. / Vorrei credervi, mi ci sforzo, / e vi darei anche ragione, / se solo la tempesta finisse mai…), compagna di una vita complicata (non muterà un bel niente; / è altamente improbabile: / quando sgretolarsi sarà la mia fatalità / io / saprò già dove andare. Mi vedo già / incedere pulsatile) o tabernacolo di varia natura (del mio umore, del mio dolore, del mio screzio, del mio breve silenzio).

Eppure, l’animo umano, a volte, è pronto a fare resistenza, a contrastare passivamente o attivamente il dolore (inutile tentare di fermarmi… / correrei solo più lontano, / per quante buche / incontrerei), a reinventarsi (rinascere / o continuare a vivere / in una carezza / nella pagina di un libro / in uno scatto del cielo / nel rosso del fuoco), a trovare una soluzione al “dilemma” (C’è un futuro che mi attende / da qualche altro posto / magari un’isola spopolata).

L’altra tematica trattata è la visione del mondo, l’osservazione cinica dell’uomo e delle sue peggiori manifestazioni. L’autrice non scende a compromessi, non s’impietosisce, come una detective in una scena del crimine osserva, analizza, interpreta (io osservo tutti i retroscena, / non sfugge nemmeno il solco della mala / perennità quando rapisce, / si vizia e si sazia / e quando i cuori mutano in brandelli e nere sequoie / solo perché l’ha deciso qualcun altro, / solo perché non s’è fermato) e sentenzia (chi doveva perire fa perire / chi sapeva di non esserne ancora pronto: / quanto è fragile la crosta umana). Lei sa che i poteri alti soverchiano su tutti (col vostro entourage elitario / manovrate, tessete, scuoiate / e i nostri corpi li fate a pezzi / — che siam carta per il vostro / degenere decoupage), però non si arrende all’evidenza, urla a gran voce il suo disprezzo (Siamo circondati da gratuiti criminali: animali? / no, il peggiore esemplare d’uomo) e si tiene lontana dal conformismo dilagante, dalla resa quasi unanime (Consentitemi, vi prego, / di fare a modo mio / di continuare a riappropriarmi delle mie / normalità: / non vorrei mai / che mi faceste vostra).

Gli aforismi e i pensieri, sparsi nella seconda sezione del libro, hanno un timbro più sarcastico, più satirico, più tagliente rispetto alle poesie. Qui, l’autrice, scatena tutta la sua vena polemista e salace, lanciando frecciatine a tutti (Dovrebbero regolare le emissioni di gas nocivi / partendo dalle loro cazzate), anche a se stessa (Non esiste un mondo perfetto. / Esistono imprecazioni, degradazione / e spettacolarizzazione. E noi siamo i fenomeni da circo).

Il volume è arricchito da una serie di disegni e immagini, a tratti macabri a tratti cabalistici, qualcosa che fa ricordare certa simbologia tipica dei tarocchi, mischiate insieme a figure melanconiche, sofferenti e solitarie.  

In conclusione, possiamo riconoscere in questo esordio poetico il coraggio e la franchezza di esprimere in versi il patimento dei propri veti interiori e la personale visione del mondo, senza timori referenziali né ripensamenti moralistici; quella strada impervia che dovrebbe percorrere ogni poeta onesto con se stesso (l’onestà intellettuale che manca a molti), e non la via più facile, compiacente e anodina, terreno fertile di opere insignificanti.

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