di Salvatore Amato
Il proprio luogo di Maria Elena Lippi non è una raccolta comune, ma un continuo scavare nell’esistenza.
Attraverso una trama narrativa evocativa e una scrittura sempre in bilico tra la ricerca linguistica e l’estetica del verbo, l’autrice ci regala un’opera straordinaria, capace di scardinare le sicurezze umane, calibrare sogno e realtà e mescolarli, con perizia balistica, con l’unica missione di andare oltre allo strato superficiale delle cose, spesso e volentieri il più evidente.
Non ci sono scossoni o sobbalzi, si viaggia bene, velocità di crociera. Il capitano dovrebbe essere l’ultimo ad abbandonare la nave. Isacco sarà l’ultimo ad abbandonare Anselmo. Il dualismo umano sono facce della stessa medaglia. Tutti i pezzi riabbracciano l’origine del tutto come in un cubo di Rubik.
L’opera ricorda un po’ Gente di Dublino di Joyce. Racconti come Veglia ti rapiscono e disarmano. Uno scrittore comprende la grandezza di un’opera di una collega, quando arriva a pensare: l’avrei voluto scrivere io. Con Veglia ho provato questa sensazione. La balena regala alla natura tutta se stessa, in un tempo ciclico e un ritmo martellante come Malacqua di Puglisi, ricco di simbolismi sul senso della vita terrena e l’attesa, l’imprevedibilità della vita e l’imprevedibilità della morte. La vita è molto più breve di quello che sembra, viviamo come il cibo in frigo: con una data di scadenza che non ci è dato sapere.
Maria Elena Lippi non ha bisogno di un linguaggio arzigogolato, l’eleganza è di casa, mai forzata, risulta spontanea, lineare. Passaggi fluo, già evidenziati dalla bellezza dei termini, che rimangono in testa senza l’ausilio dell’evidenziatore. L’autrice sa come crivellare le pagine, riempirle di parole e significati. Racconti come Berakhah traspirano l’imagismo letterario di Pea ne Il romanzo di Moscardino, altri come Elie e il Dybbuk tornano all’origine della narrazione orale, le fole passate di generazione in generazione per lasciare un messaggio nel tempo, e diventa storia a sé. Il bulbo, le radici e il frutto. Altri brevissimi come: Primo amore: una riflessione, Sonno: un viaggio in Perù, Amico e Il mare: uno sguardo dall’alto, vanno a collocarsi nella forma narrativa dei microracconti. La brevità è fondamentale quanto l’idea stessa e va ad accentuare i concetti con la dovuta semplicità che serve da ponte tra prosa e poesia. La scrittura è pregna di immagini.
Maria Elena non si limita a condurci nel proprio luogo, zona di comfort, porto sicuro, ma ci invita a visitare l’idea di proprio luogo a un livello più collettivo, un proprio luogo dell’essere umano ancora prima che un proprio luogo dell’individuo.
Il proprio luogo è una raccolta che ha al suo interno gli elementi più importanti per costruire un’opera di valore. Ottima scrittura, messaggi mai banali, immagini nitide e ritmo costante, un metronomo batte e scandisce il verbo, ogni piccola sillaba trova la giusta collocazione nel tempo e lo spazio del proprio luogo, qualunque esso sia.